D2D – DesertToDesert

Benvenute nello spazio web di D2D

Siamo un collettivo internazionalista nato nel 2025 all’interno della galassia del centro sociale occupato CSA Next Emerson di Firenze. Siamo un gruppo di persone con percorsi politici e personali differenti, separate dalle nostre singolarità ma unite da una prospettiva libertaria, dal basso, anticoloniale e antisessista.

Il nome D2D nasce dall’esigenza di tracciare un ponte materiale e ideale tra due mondi. Da un lato il nostro “deserto” occidentale, uno spazio sociale ed esistenziale fatto di cemento, consumismo esasperato, atomizzazione e individualismo. Dall’altro, il “deserto” inteso come la condizione di isolamento desolante a cui i sistemi di potere condannano i popoli e le persone oppresse. Se per il popolo Saharawi – da cui parte il nostro percorso – questo deserto è fatto materialmente di sabbia, per altre realtà assume la forma dell’invisibilità geopolitica. Il simbolismo che ci muove è proprio questo: partire dal nostro deserto occidentale per andare a rompere l’isolamento delle persone e dei popoli in lotta, ovunque essi siano.

L’approccio esplorativo e la spinta solidale

In questa fase dei nostri progetti rivendichiamo un forte carattere esplorativo. Per noi esplorazione significa muoversi sul campo cercando di scavallare l’ingenuità e l’inesperienza inevitabili quando ci si approccia a contesti complessi e lontani. Significa, prima di tutto, lo sforzo politico di levarsi di dosso la presunzione tipicamente occidentale di avere costantemente un’opinione preconfezionata su tutto, rifiutando quella risibile spocchia che ci fa sentire sempre complete, coerenti e posizionate sopra le altre persone.

La nostra spinta resta profondamente solidale e di sostegno attivo a chi resiste; non cerchiamo i drammi altrui per una nostra crescita personale, ma andiamo per capire, per ascoltare e per metterci sinceramente in discussione, convinte che il supporto politico non possa prescindere da una profonda e costante autocritica sul nostro posizionamento nel mondo.

Tutto è iniziato quasi per gioco, da chiacchiere e sogni ad occhi aperti tra le mura dell’Emerson. L’idea iniziale era rimettere in sesto una vecchia jeep per guidarla fino ai campi profughi di Tindouf, in Algeria, e donarla alle persone dei campi, sulla scia dell’esperienza di alcune di noi che l’anno precedente ci erano andate in maniera indipendente. Quella che era nata come l’intuizione di poche si è trasformata in un progetto collettivo vivo: oggi D2D è una realtà di oltre dieci persone. A febbraio 2026, cinque della nostra gang sono volate nei campi profughi, dando ufficialmente il via al motore del nostro collettivo. Quell’idea della carovana via terra non è affatto abbandonata, ma solo rimandata: l’obiettivo per l’anno prossimo è metterci in marcia per attraversare il Mediterraneo e il Sahara, portando finalmente a destinazione la jeep e un’ambulanza.

Solidarietà, non umanitarismo

Rifiutiamo categoricamente la logica dell’umanitarismo stretto e dell’assistenzialismo. Dietro la retorica dell’aiuto occidentale si nasconde un soft colonialism paternalistico: l’Occidente ha imposto la condizione di subalternità e la mantiene tale, facendo sì che l’aiuto rischi di diventare un lucroso meccanismo di mantenimento dello status quo, una dinamica tossica basata sul “bastone e la carota” con cui perpetuare dinamiche di dominio e di sfacciatamente ipocrita superiorità morale.

Per noi la solidarietà è attiva, diretta e rigorosamente bidirezionale. Il supporto pratico e tangibile, come la condivisione di fondi o materiali, è un pretesto politico per costruire relazioni umane e politiche orizzontali, creando spazi di confronto in cui immaginare percorsi comuni tra realtà diverse ma connesse dalla stessa tensione verso l’autodeterminazione. Diventa uno strumento necessario per decostruire la nostra stessa visione occidentale con cui troppo spesso si pretende di colonizzare, normalizzare o definire il mondo.

Un internazionalismo critico e senza confini

Ci muoviamo con una prospettiva critica. Ci affacciamo e dialogiamo con i movimenti politici a noi prossimi, ma rifiutiamo radicalmente le logiche del “tifo” acritico. Avendo una forte matrice libertaria, guardiamo con diffidenza alle strutture statali, alle gerarchie e ai dogmatismi. Consideriamo nostre interlocutrici preziose tutte quelle realtà ed esperienze con cui è possibile uno scambio dialettico, sincero, politico e solidale, finalizzato alla giustizia sociale e alla libertà reale.

Proprio per questo, sebbene la nostra storia affondi le radici nei campi di Tindouf e nella lotta del popolo Saharawi, il nostro internazionalismo non si chiude entro un unico confine. I nostri occhi e i nostri cuori sono rivolti a tutte le persone in lotta nel mondo, con la Palestina in prima linea, ma guardando a ogni latitudine in cui l’oppressione geopolitica o sociale genera resistenza dal basso.

Contesti diversi, pratiche diverse

Siamo pertanto consapevoli che ogni situazione comporta e comporterà pratiche diverse, che si tratti dell’invio di fondi, della condivisione di informazioni, della presenza fisica come deterrenza o della partecipazione diretta ad assemblee e marce al fianco delle comunità in lotta. Non abbiamo formule fisse né pacchetti preconfezionati: decidiamo le nostre azioni sul campo, in base ai bisogni reali delle realtà con cui entriamo in contatto e all’affinità politica che si crea di volta in volta.

Il lavoro avviato nel contesto saharawi, che ha visto il supporto materiale a strutture sociali, sanitarie, culturali e di aggregazione autogestite, è stato il nostro primo passo sul campo, ma il nostro orizzonte rimane totalmente aperto a nuove complici collaborazioni internazionali.

Finanziamo le nostre missioni ed i nostri progetti esclusivamente tramite campagne di crowdfunding e iniziative benefit negli spazi sociali. Questo ci garantisce la totale indipendenza economica, etica e politica, permettendoci di costruire un’alleanza che non si esaurisce nel singolo gesto, ma si sviluppa e si consolida nel tempo, nel racconto e nella relazione.

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