A febbraio 2026 si è svolta la prima missione in assoluto della gang D2D. In cinque siamo partite per due settimane nei campi profughi Saharawi di Tindouf, in Algeria, all’interno di una spedizione organizzata insieme all’associazione Città Visibili. Durante questa prima esperienza sul campo abbiamo portato aiuti materiali ed economici per un valore di circa 3000 euro, interamente raccolti tramite il crowdfunding e le iniziative benefit fatte in vari spazi sociali. Questi fondi sono stati destinati alla rete delle palestre popolari “Resistir y Vencer”, alla Casa delle Donne e al centro per disabilità cognitive e motorie di Auserd. È in questa occasione che sono nate le nostre collaborazioni con il FiSahara International Film Festival – di cui abbiamo poi ospitato la prima edizione italiana a Firenze, al CSA Next Emerson, per supportare il festival madre – e la costruzione di un progetto con Radio RASD per ricevere contributi audio mensili da riproporre su Radio Wombat.
Al di là del supporto pratico, questa missione ci ha spinte verso un impatto emotivo e politico profondo, obbligandoci a porci domande complesse e a confrontarci con le contraddizioni di un contesto sospeso. Abbiamo vissuto la quotidianità dei campi, segnata dai ritmi lenti del deserto e dalla dignità della popolazione saharawi, ma anche dalla forza degli elementi: una tempesta di sabbia ha paralizzato ogni attività per due giorni, costringendo a rimandare i trasporti e i voli in partenza, rendendo tangibile la fragilità dei collegamenti in quell’area.
Sotto il profilo sociale e politico, ci siamo confrontate con la realtà della RASD (Repubblica Araba Democratica Saharawi), amministrata dal Fronte Polisario su un modello di stampo socialista. Sebbene questa impostazione ne abbia segnato storicamente le origini, la centralità della religione ci è parsa lampante, con alcuni scambi e contesti che suggeriscono un’avanzata islamista più marcata negli ultimi anni: un tema che merita riflessioni che questa prima missione ci ha permesso solo di iniziare a scalfire. La società saharawi rivendica con orgoglio di essere la popolazione più alfabetizzata dell’intera Africa, grazie a un sistema educativo universale che, insieme a quello sanitario, è garantito e autogestito internamente. Il personale sanitario è storicamente formato da e presso Cuba, assicurando una copertura piuttosto estesa considerato il contesto strutturalmente e tecnicamente molto limitato. La struttura del Fronte, pur mantenendo un’impostazione gerarchica legata alla sua natura di guerriglia guevarista, agisce con un discreto livello di informalità per preservare un modello egualitario e risolvere le differenze di censo interne, spesso accentuate dalle rimesse del lavoro delle persone in diaspora.
La questione alimentare e l’accesso all’acqua sono altri temi centrali che riflettono una forma di vincolo e di colonialismo consumistico. La qualità dell’alimentazione è scarsa, praticamente sostenuta da aiuti alimentari per intero data l’assenza di prodotti autoctoni; i pasti ruotano intorno a nutella, banane, mele, tonno, uova, pecora o cammello, talvolta avvolti in una sorta di roll alla cinese, il tutto scandito da immancabili e ripetuti teini. Questa dieta determina lo stato di salute generale, influenzando direttamente le necessità del sistema sanitario e le reali possibilità di autodeterminazione delle persone. A ciò si aggiunge una gestione idrica complessa: una rete parziale e di difficile manutenzione, integrata da autobotti che riversano l’acqua in grandi sacconi di plastica esposti al sole, con rischi sanitari evidenti. La siccità costante convive paradossalmente con il rischio di alluvioni violente durante i rari eventi piovosi, che mettono ulteriormente a dura prova la tenuta delle strutture.
L’orizzonte del referendum storico, costantemente rimandato, riflette lo stallo imposto dal Marocco. Abbiamo incontrato persone sopra i cinquant’anni, con una formazione politica molto solida, orientate verso la diplomazia e la rivendicazione formale del diritto all’autodeterminazione; altre persone incontrate di ritorno dal fronte mostravano invece una determinazione spavalda verso il conflitto armato, mentre tra i più giovani sembra diffondersi un disilluso scetticismo. Questo quadro mostra come le conseguenze di un blocco perenne abbiano frammentato tanto le prospettive collettive che quelle individuali, gravando sulla quotidianità di chiunque.
Questa prima missione non è stata per noi un punto d’arrivo, ma l’inizio di un’indagine collettiva che richiede tempo per essere elaborata. Torniamo con la volontà di proseguire questo percorso di esplorazione, convinte che la strada della solidarietà e del supporto concreto sia l’unica possibile per sostenere chiunque lotti contro l’oppressione e il silenzio.




























